Dicono che in molti casi, subito dopo il parto, la mamma si
rifiuti per qualche minuto di tenere tra le braccia suo figlio appena nato.
Alcune non vogliono saperne neppure di vederlo. Il trauma dovuto al dolore delle doglie e
della nascita è così forte da generare in colei che l’ha vissuto una specie di
crisi di rigetto. Poi, per fortuna, nella quasi totalità dei casi, dopo pochi
minuti si ritorna alla normalità e la gioia di una nuova creatura che viene al
mondo prevale su tutto il resto.
Ecco, volendo proprio azzardare una improbabile
similitudine, la sensazione che ho provato all’arrivo della mia ottava maratona
è stata proprio quella: un rigetto nei confronti della medaglia che una simpatica e sorridente
signorina mia ha messo al collo e che dopo pochi secondi ho tolto e che non ho
voluto neppure guardare. Me ne sono ricordato solo molti, ma molti minuti dopo.
Comincio proprio dalla fine per raccontare le sensazioni di
questa ennesima avventura podistica, la Collemar-athon, vissuta molto
intensamente e con grande “dolore” psico-fisico, e perciò catalogabile tra le
più belle e le più sentite.
3 ore e 58 minuti è il mio secondo tempo di sempre sulla
distanza dei 42 km, secondo soltanto alla maratona di Roma 2011 (il mio PB) e
seguito da quello di Firenze, di un minuto e mezzo circa più lenta.
Collemar-athon è la maratona perfetta per quei podisti che
cercano il massimo dei servizi a disposizione ed un percorso un po’ più
impegnativo del solito circuito cittadino, generalmente molto pianeggiante e
lineare perché concepito magari per fare il tempo. Ma veniamo a questo tempo.
Sveglia alle 5.15, dopo una notte trascorsa non proprio
tranquillissima: prendo sonno non prima di mezzanotte perché il nostro albergo
si affaccia su una delle piazze principali di Fano, affollatissima di bar e
locali notturni presi d’assalto da orde di giovanissimi che faranno baldoria
fin a ridosso dell’alba. E quando l’alba arriva e sgombrano il loro campo di
battaglia, per un luna che va dormire un sole si alza ed una nuova battaglia è
pronta per essere combattuta: la Collemar-athon.

L’hotel ci offre per contro una abbondante colazione ed io
non mi tiro indietro perché la partenza è prevista per le ore 9: mancano quindi
più delle tre ore della classica digestione e sarebbe un peccato non fare il
pieno di carboidrati e calorie che di lì a poco saranno inesorabilmente bruciate
tra le colline marchigiane, nell’infinita serie di salite e discese che
caratterizzano il percorso che da Barchi ci porterà a Fano, attraverso i paesi
di Mondavio,
Orciano, S.Giorgio, Piagge, Cerasa e S.Costanzo. Un percorso bellissimo e molto
suggestivo , tra paesaggi da togliere il fiato, tipici della collina
marchigiana, cesellata di puzzle dai colori caldi che compongono un orizzonte
dondolato dalle colline che per noi podisti sembrano montagne insormontabili da
scalare e che, subito dopo aver varcato la soglia dell’arrivo, ci fanno venire
le crisi di rigetto!
Sono le 7:20 ed io sono uno dei primi a salire sul bus navetta che dal
porto di Fano ci porterà dritti (si fa per dire) nelle mura della città vecchia
di Barchi, attraverso una gigantesca porta monumentale, al di là della quale ci
sono gli spogliatoi, il servizio di trasporto bagagli assicurato dai mezzi
dell’esercito, un minibar che distribuisce the, caffè e biscotti agli atleti
che a centinaia cominciano ad effettuare il primo riscaldamento.
Alle 8:45 sono al di qua della gigantesca porta, circondato da altri 1116
runners che, come me, attendono solo che la fanfara dei bersaglieri finisca di
intonare le proprie note e che il cannone spari il fatidico “via”. Il cielo è
coperto, stamattina è venuta giù anche una leggera pioggia che ha fatto
abbassare un pochino la temperatura. Quel tanto che basta per convincermi ad
allacciare attorno alla vita, sotto la canotta, una maglia a manica lunga di
scorta la cui presenza mi tartasserà lungo l’inteo percorso.
Ma un boato secco ormai annuncia
la partenza, che si svolge in una nuvola di coriandoli dorati e di bolle di
sapone scintillanti sparate in aria da due cannoncini piazzati proprio sotto il
palco di presentazione. La marea umana si riversa in strada, lungo il primo
tratto che è in forte discesa e sarebbe un nonnulla farsi prendere dall’entusiasmo
se non fossi stato più che abbondantemente istruito alla vigilia sui pericoli
di un percorso insidioso, lungo il quale si fa presto a ritrovarsi a corto di
fiato e benzina proprio a causa di una cattiva gestione dei primi kilometri di
gara.
Così praticamente fino al 16° km procederò col freno a mano innestato in
discesa e con grande attenzione in salita, cercando di godermi soprattutto lo
spettacolo dato dai luoghi, dai personaggi, dai musicanti, dalle damigelle
vestite nei costumi d’epoca che incontriamo lungo il percorso nei castelli, tra
le mura medievali e nelle piazze dei comuni vestiti a festa che attraversiamo.
Attorno al sedicesimo km decido che forse è venuto il momento di
trasformare quella che fino ad allora ho vissuto principalmente come una gita
fuoriporta in qualcosa che somigli almeno un po’ ad una maratona agonistica e
comunque competitiva.
E come il giocatore viene colto dal raptus del gioco al solo vedere
davanti a se un tavolo verde, così succede a me quando mi accorgo di essere
preceduto di soli tre-quattrocento metri
dai palloncini di colore bianco che indicano la presenza del gruppone
guidato dai pace maker delle quattro ore. E da lì in avanti la musica cambia
decisamente ed il demone della eterna sfida con il tempo si impossessa di me.
Devo raggiungere quel gruppo, quei palloncini, superarli e tentare l’impresa
che mi era già riuscita due volte in precedenza: scendere sotto le 4 ore.
Questa scelta, me ne rendo conto, potrebbe costarmi cara nella gestione di una
gara difficile, dall’altimetria molto dura e su un percorso che non conosco, ma
la vita, della quale la maratona rappresenta forse davvero una delle metafore
meglio riuscite, per quel poco che ne capisco avendola vissuta finora mi ha
insegnato che è quasi sempre meglio avere nel cassetto un album di rimorsi che
di rimpianti. E questa sembra proprio essere l’occasione giusta per provarlo.
Mi lancio all’inseguimento del gruppo e così sarà per i successivi tre
km. Faccio di tutto per distrarmi e per non far percepire attraverso la testa
alle mie gambe che sto forzando il mio tempo precedente di almeno dieci secondi
a km. Ad un certo punto affianco una signora che sta chiacchierando con un
veterano della maratona, e non solo: non chiedetemi adesso come si chiamava
lui, indagherò in futuro e ve lo dirò magari in un altro post, ma ho corso
almeno un paio di kilometri accanto ad una maratoneta molto esperto, autore di
più di un libro che racconta le proprie corse su per le montagne di mezzo
mondo, prima fra tutte il Monte Bianco: raccontava le sue imprese all’Ultra
Trail del Mont Blanc ed io, chi mi segue ormai lo sa, ho un debole per quel
monte e per quelle gare. Così, pur non avendole mai corse, me ne starei ore ad
ascoltare il racconto di queste imprese. Vengo catturato dal discorso e quasi
non mi rendo più conto, a un kilometro circa da Cerasa, che ho raggiunto i miei
fuggitivi e che a ridosso della mezza maratona, che passo ad 1h e 59’,
praticamente me li sono già lasciati dietro.
A sorpasso effettuato, lo ammetto, mi lascio un po’ prendere la gamba e
tiro troppo. Al 24 km ci aspetta la più lunga delle salite, quella che si
conclude all’ingresso di S. Costanzo e che mi costa tantissimo in termini di
energia: vengo quasi riagganciato dal gruppo delle 4 ore, ma resisto strenuamente
e non mi faccio sorpassare, perché già so che un sorpasso qui sarebbe
disastroso a livello psicologico. Tengo duro e dopo l’attraversamento del
comune si ricomincia a scendere.
Riprendo il vecchio ritmo e
distanzio nuovamente i palloncini, dando loro un distacco di tre-quattrocento
metri alla fine della lunghissima discesa che ci porterà a ridosso del
trentesimo km e che per me rappresenterà una mazzata terribile, facendomi
vivere una nuova esperienza: le discese spezzano le gambe e le ginocchia
forse più che le salite, sulle quali si va più piano di sicuro, ma che si
affronti ano probabilmente con una concentrazione notevolmente superiore ed una
impostazione tecnica tale da farti spendere di meno.
Da qui in poi, superatoil 35° kilometro, rientrati Fano, cominciano le
visioni mistiche di fantozziana memoria. Al 37° km ho il tempo di recuperare
uno dei miei compagni di squadra, Francesco, che mi aveva superato agevolmente
attorno al 15° e che ora sta pagando dazio; ma tra qualche metro comincerò a pagare
io, amaramente e con gli interessi: i kilometri dal 38° al 40° sono quelli
della disperazione. Corro così male che riesco a farmi raggiungere nuovamente
dal gruppo delle quattro ore ed il primo dei pace maker mi supera proprio
all’ingresso del porto di Fano, lungo la passerella d’acciaio che perimetra il
mare aperto separandolo dalla darsena interna. Gli altri sono tutti dietro.
Do uno sguardo al cronometro e sono abbastanza lucido per fare due conti.
Passo al 40° km in 3h 47’; mancano due kilometri e 195 mt all’arrivo; se non
stramazzo lungo per terra, non inciampo, non vengo colto da crampi o da qualche
improvvisa crisi di vomito causato dalla enorme fragola che ho ingoiato al
ristoro del 30° km e che mi sta dando di che penare, se tutto procede senza
grossi disastri insomma, continuando sulla media dei 6’-6’10” a km che sto
portando con le unghie e coi denti avanti da un po’ dovrei comunque chiudere sul filo delle 4 ore. E
sarebbe un’impresa storica, inimmaginabile alla vigilia.
Gli ultimi due km trascorreranno in realtà molto più agevolmente di
quanto pronosticato: non inciamperò, non stramazzerò, non vomiterò, riuscirò a
passare ancora una volta in testa al palloncino delle 4 ore e chiuderò a
braccia larghe nel tempo di 3h 58’ 39”, bissando di fatto il tempo della prima
metà della gara.
Il resto, se avete buona memoria, l’ho raccontato all’inizio.
Stamattina, al rientro a Nardò, chi sapeva della mia maratona mi ha
chiesto com’è andata e mi ha fatto i complimenti. Vorrei ringraziare tutti i
miei “tifosi”, diciamo così, e tutti coloro che alla vigilia mi hanno
incoraggiato e mi sono stati vicini. Sembrerà strano, ma in quasi quattro ore
di pensieri ne vengono tanti per strada e spesso a riaffiorare sono proprio
questi ricordi, un incoraggiamento, una pacca sulla spalla, una parola, un in
bocca al lupo, un sorriso fiducioso sono tutti mezzi potentissimi che spingono un maratoneta che
non ce la fa più a spingere l’ultimo passo oltre la fatica.
Questa maratona voglio dedicarla a tutti questi amici, alcuni dei quali
magari neppure conosco di persona, uno per tutti Giorgio, un amico di Aosta conosciuto
su Facebook solo poche settimane fa, che stamattina mi ha recapitato un libro scritto
da lui e che sulla dedica personalizzata ha fatto riferimento proprio al mondo
della corsa. E questo racconto, un po’ più lungo del solito, non a caso è
dedicato a lui ed a chi, giunto fin qui, avrà dimostrato una passione per la
lettura e per la scrittura degna di un piccolo-grande maratoneta quale io, nel
mio infinitamente piccolo, mi sento.
Chi non sapeva della mia maratona, stamattina guardano la mia aria
lievemente stravolta ed lineamenti del viso un po’ provato, vuoi per curiosità,
vuoi per morbosità, vuoi per altri motivi, si è limitato a chiedermi il perché
fossi dimagrito così tanto.
Provaci tu, ho risposto, a partorire una medaglia…